Imu e redditometro, quanta retorica (e prassi) pauperista

L’Italia si avvia davvero a varcare la soglia della povertà, causa Imu? Evviva. E’ la Commissione di Bruxelles a dirlo? Meglio, significa che è vero. (E poco importa se contemporaneamente diciamo che l’Europa ci ha rovinato). Dietrofront, è dell’Ici che si parla, non dell’Imu? Nulla cambia per i giornaloni nazionali. Prima pagina del Sole 24 Ore di ieri: “I dubbi Ue sull’Imu: va rivista, è poco progressiva”. Prima di Repubblica: “La battaglia dell’Imu. Ue: la tassa sia più equa”.
6 AGO 20
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L’Italia si avvia davvero a varcare la soglia della povertà, causa Imu? Evviva. E’ la Commissione di Bruxelles a dirlo? Meglio, significa che è vero. (E poco importa se contemporaneamente diciamo che l’Europa ci ha rovinato). Dietrofront, è dell’Ici che si parla, non dell’Imu? Nulla cambia per i giornaloni nazionali. Prima pagina del Sole 24 Ore di ieri: “I dubbi Ue sull’Imu: va rivista, è poco progressiva”. Prima di Repubblica: “La battaglia dell’Imu. Ue: la tassa sia più equa”. Prima – da Settimana Enigmistica – del Corriere della Sera: “L’Imu diventa un caso. L’Europa: sia più equa. Ma non è una bocciatura”. E l’Italia regredisce inesorabilmente verso la povertà: è questo che conta. Siamo ai livelli di vent’anni fa, per l’Istat. Di trenta per la Cgil. Degli anni Settanta per Adusbef e dintorni. Poveri, poverissimi. I politici, destra e sinistra, ci inzuppano a piene mani in campagna elettorale. Tranne Mario Monti: è lui il bersaglio concentrico del partito trasversale della fame. Il Cav. che nel 1994 spandeva ottimismo, che nel 2001 prometteva un milione di posti di lavoro e meno tasse per tutti, che ancora a fine 2011 descriveva il nostro come “un paese di benestanti, con aerei e ristoranti affollati”, oggi rastrella tutti i dati possibili su disoccupati giovani e anziani, famiglie alla disperazione, consumatori che non consumano, aziende che non producono. Al segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, non pare vero: un bel po’ di fisco redistributivo, di patrimoniale sui ricchi, ovviamente sotto il segno dell’equità e con il corollario delle “200 aziende che chiudono ogni giorno”, è il suo default. In questo pauperistico revival del “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo, la Confcommercio che ieri ha denunciato “consumi mai così in basso dal Dopoguerra” si trova a marciare a fianco della Cgil. Per non parlare di Nichi Vendola, che si presta ben volentieri alla riedizione del rifondarolo “anche i ricchi piangano”. La crisi non la nega nessuno, è ovvio, ma nessun paese in Europa – Grecia a parte – sembra lamentarsi quanto l’Italia. Non l’Irlanda, per esempio, che riceve gli aiuti della Ue, ha sopportato tre anni di austerity, ma ha difeso con le unghie il proprio sistema fiscale e le norme di favore per gli investimenti esteri, e ora torna con successo sul mercato dei capitali. Non il Portogallo, e neppure la Spagna, il cui premier Mariano Rajoy ammette gli errori di politica economica dei passati governi ma nega con decisione le “spaventose diseguaglianze sociali” descritte recentemente nel Libro Bianco di Elena Valenciano, astro in ascesa del Psoe.

Per l’Istat siamo più ricchi del “dichiarato”
L’Italia invece, nei quotidiani bollettini pauperistici sembra trovare la conferma non solo del proprio scontento (il che è plausibile), ma anche di una distorsione fiscale che esisteva anche prima della crisi e di Monti. E sulla quale si è probabilmente generato un inganno che ha fatto comodo a molti. Prendiamo i dati delle dichiarazioni dei redditi 2011, riferiti all’anno d’imposta 2010: quando l’avvento degli spietati tecnocrati non era neppure in mente Dei. Ne emerge che il reddito medio degli italiani è di 19.250 euro lordi. Che il 49 per cento dei contribuenti non supera i 15 mila. Che un terzo non va oltre i 10 mila. Ma dalle famose tipologie standard di spesa del nuovo redditometro, basate sulle rilevazioni Istat, emerge che una coppia con due figli abitante a Milano dovrebbe avere un reddito, per mantenersi, di 55.142 euro (e con lo scostamento ammesso dichiararne 45.951). La stessa coppia a Roma si vede attribuire un reddito di 51.400 euro (e una dichiarazione di 42.800). A Napoli di 46.458 euro per 38.715 euro da dichiarare. Come la mettiamo con i redditi denunciati? Mente l’Istat che ha composto le voci del redditometro, oppure qualcosa non quadra in quello che gli italiani dichiarano al fisco? A novembre scorso Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle entrate, parlò di un milione di famiglie che dichiarano zero introiti, e di 4,3 milioni i cui redditi sono molto più bassi delle spese note al fisco (cioè rilevate non dalle tabelle Istat, ma dall’acquisto di beni durevoli, auto, case, servizi).
Oggi il redditometro è nel mirino degli iperliberisti come Piero Ostellino, che sul Corriere della Sera l’ha bollato come strumento da stato di polizia. In realtà – vi ha accennato sempre sul Corriere l’economista, ex commissario Consob e finanziere Salvatore Bragantini – lo strumento, pur con tutte le sue imperfezioni, si presta a stanare i finti poveri più che a tartassare la classe media. Perché a ben vedere è da quei 19 mila euro di reddito medio dichiarato che nascono a cascata sia le storture del sistema fiscale italiano, sia le derive pauperistiche di questi giorni. Se quello è lo standard della popolazione e se circa la metà non dichiara più di 15 mila euro, si spiega perché la curva Irpef stabilisca per queste fasce l’aliquota del 27 per cento: che è appena sotto a quella che negli Usa si applica tra gli 85.650 dollari ed i 178.650, cioè fra i 60 mila ed i 120 mila euro. Ma non c’è bisogno di traversare l’Atlantico: chi ha un reddito da 20 mila euro ne paga in Italia 5.206 di tasse, contro 1.461 in Francia, 1.679 in Germania e zero in Svizzera. Il motivo è evidente, e l’hanno trasversalmente spiegato più volte tanto Befera quanto il “vampiro” Vincenzo Visco fino agli economisti di area berlusconiana: in un’Italia che fa del pauperismo fiscale la propria cifra, ciò che è ceto medio da noi è povertà (vera) altrove. A questo punto i casi sono due. O davvero crediamo che la terza economia d’Europa e la settima del mondo possa mantenersi con questi livelli, oppure bisognerebbe addentrarsi nella babele di agevolazioni (Isee, Indicatore della situazione economica equivalente, e dintorni) e sconti fiscali che compongono la nostra struttura fiscale e di welfare. E che il governo Monti ha inutilmente cercato di ricondurre alla ragione, costretto poi ad alzare bandiera bianca dalla levata di scudi trasversale. E’ tra i beneficiari di ammortizzatori fiscali, nell’indigenza fasulla, insomma nel pauperismo che si nasconde l’evasione. Mentre un paese dove il “povero” è stato oggetto delle cure interessate sia della Dc sia del Pci, combattere i luoghi comuni è eresia, e Monti l’eretico.